Marco Marcuzzi – Un artista dalle mille sfumature

Marco Marcuzzi è un personaggio eclettico. Veneziano, cresciuto a Firenze e nell’adolescenza trasferitosi in Valcuvia, con la musica ha contatti sin dai primi anni di vita grazie al padre, noto illustratore e scrittore, amante della musica classica. A quattro anni suonava a orecchio su un pianoforte giocattolo le prime melodie; la prima in assoluto fu “Un Uomo e una Donna”, la colonna sonora del film omonimo.

 «Tuttavia» ci racconta «dimenticai presto la musica e crebbi appassionato di elettronica, intenzionato a studiare ingegneria. Poi però arrivò Keith Emerson con Honky Tonk Train Blues: ne rimasi folgorato e fu una vera e propria illuminazione perchè capii in un istante che la musica era il mio destino. Iniziai a suonare professionalmente a diciassette anni nei pianobar e negli hotel. Erano gli anni ottanta e nei locali non era difficile trovare i pianoforti. Intanto proseguivo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera. Purtroppo all’inizio degli anni novanta la musica dal vivo nei locali fu soppiantata dal karaoke e avvenne la fine di un’epoca. Fu in quel momento, dopo una parentesi come pianista e arrangiatore di Teddy Reno e Rita Pavone, che approdai al cinema e al teatro. Da allora la mia attività principale, oltre ai miei recital pianistici, è quella di compositore di colonne sonore».

Gli domandiamo se nei suoi recital suoni quei due brani.

«Altroché, insieme alla Polacca “Eroica” di Chopin e alla versione boogie-woogie del Volo del Calabrone, brani che difficilmente mancano nei miei concerti e che per me hanno una loro sacralità. Suono anche musica mia, ovviamente, come il “Tema d’Amore” scritto per il film Il Cantico di Maddalena di Mauro Campiotti».

Marcuzzi, però, è un artista dalle mille sfumature. Musicista, fotografo (quando viveva in Toscana, ha pubblicato libri di fotografia in bianco e nero su San Gimignano e il paesaggio senese) e – da alcuni anni – anche scrittore. Dopo il ritorno dagli USA, infatti, dove aveva composto la colonna sonora di un film, cadde in una crisi creativa.

«Quando tornai in Italia, rapidamente mi sentii pervaso da una forma di inerzia, come se la scintilla creativa si fosse spenta, perché suonavo ma non avevo nessun tipo di emozione. Trascinato da amici, mi iscrissi a un corso di ballo latino-americano, con risultati modesti, lo confesso, ma mi servì. Quando ci si sente smarriti, l’immergersi in un ambiente del tutto avulso dal nostro può servirci a ricordarci chi siamo. Quei luoghi sovraeccitati e dai suoni assordanti, così lontani dal mio bisogno di intimità, fecero da contrasto. Poi, una notte, leggendo un libro, ebbi la seconda grande illuminazione della mia vita: scrivere. Iniziai subito e vissi una sorta di resurrezione perché tutta la macchina produttiva si rimise in moto, musica compresa!»

Fu proprio quella crisi creativa, infatti, a portarlo a scrivere il suo primo romanzo “Lo Speziere di Porto Valtravaglia” (pubblicato nel 2014 da Macchione Editore) che ha riscontrato subito un grande successo. Così si legge in quarta di copertina: “La trama, sullo sfondo magico del Lago Maggiore, è intricata e contiene momenti di suspance, humor ed eros. Nei protagonisti convivono facce diverse di personalità complesse che entrano in conflitto disegnando una storia nella quale l’umano e il disumano sembrano non essere più distinguibili”.

Ecco che per Marcuzzi, oggi, la scrittura è divenuta la seconda professione e, alla nostra domanda se sia più importante la scrittura o la musica, risponde: «Sono complementari e non potrei rinunciare all’una per l’altra perché non sono semplici passioni, bensì esigenze dell’anima. Oggi comprendo che quella crisi era nata da un mio mondo interiore inespresso perché la musica, che a mio avviso è la più potente delle arti, tocca direttamente l’anima ma lo fa con un linguaggio astratto, mentre il linguaggio letterario è descrittivo, soggettivamente oggettivo, e posso raccontare tutto ciò che con un pianoforte o un’intera orchestra non potrei raccontare mai».

A questo punto gli chiediamo se l’essere musicista condizioni il suo modo di scrivere.

 «Sicuramente. In primis sul ritmo della narrazione che, mi dicono molti lettori, è avvincente non solo per la trama in sé. Infondo è come nella musica, dove una melodia risulta bella, e funziona, anche in base all’arrangiamento del brano».

Ma oltre alla musica c’è anche l’importanza del territorio nel quale Marcuzzi (che vive a Laveno) ambienta i suoi romanzi, ovvero le valli del Lago Maggiore che ama moltissimo, più di Venezia, di Firenze e di qualunque altro luogo del mondo.

 «Sì» ci risponde senza esitazione, «di qualunque altro luogo del mondo. Posso dirlo perché il mondo l’ho girato abbastanza e confesso che ogni volta che mi allontano da qui, il nostro meraviglioso lago mi manca e non vedo l’ora di tornarci. E difficilmente riuscirei ad ambientare un romanzo altrove. Però… mai dire mai».

Dopo “Lo Speziere di Porto Valtravaglia” ha scritto “Thrillogy” (tre racconti noir ambientati a Laveno) e tre episodi della serie che ha per protagonista il commissario Florio, ambientati a Luino e dintorni: “Squillo di morte a Maccagno”, “Inferno a Sasso Galletto” e “Ghiaccio tagliente a Ghirla”. Tre libri che stanno avendo ulteriore successo tanto che Florio è stato già battezzato “Il Montalbano dei laghi” e pare che si stia addirittura ipotizzando di farne una serie televisiva.

«È così, in effetti. Anche se la cosa più difficile da tradurre in chiave filmica è l’intima caratterizzazione della gente di lago che, a differenza dei siciliani, dei romani, dei toscani… non ha un cliché universale di riferimento. Ma se ciò avverrà, un modo lo si troverà, usando attori e comparse esclusivamente locali, anche perché collaborerei alla sceneggiatura e alla regia stessa. E, inutile dirlo, comporrei le musiche il cui tema principale è già scritto».

Per concludere, gli chiediamo di dirci qualcosa su “Il Chirurgo Nano” il sesto romanzo che sta ancora scrivendo.

«Posso dirvi che è ambientato ad Angera e che non si tratta di un giallo, dove la giustizia in qualche modo sempre trionfa, ma di un noir, come “lo speziere”, nel quale narro follie e miserie di personaggi altolocati e la giustizia non è qui la meta da raggiungere».  

Marcuzzi poco ci dice anche delle musiche che sta componendo per “Il Marrone”, un progetto cinematografico di Mauro Campiotti su Calogero Marrone, un funzionario del comune di Varese, un eroe che durante la seconda guerra mondiale salvò la vita a molti ebrei facendoli fuggire in Svizzera, alla fine pagando con la vita la sua scelta.

«Prevedo poco il pianoforte e molto il violino, insieme all’orchestra. Già sento la melodia, e voi?».